SJFE : Women and Law in Europe

ITALIA : La condizione giuridica delle donne

aprile 1997 (italiano, francese)

Maria Teresa Guerra Medici (Universita di Roma)
E-Mail : md2945@mclink.it

Il termine cittadinanza attiene ad una organizzazione politica e sociale in cui la sfera pubblica, con le sue istituzioni politiche, militari, giurisdizionali, ecc. , è nettamente separata dalla sfera privata incentrata sulla famiglia. La famiglia era la istituzione sociale nella quale tradizionalmente si circoscriveva e risolveva la vita delle donne.

Con il termine cittadinanza si intende l'elemento centrale di una organizzazione politica e sociale che trova la sua origine nella città-stato. Essere cittadini, civis, significava far parte della città ed aver parte nel governo della repubblica, ma anche essere parte della comunità, cioè vedersi riconoscere diritti ed attribuire doveri negati a coloro che non erano riconosciuti come cives.

Le donne erano ritenute parte della comunità in quanto mogli o figlie dei cives, a loro erano riconosciute protezione ed alcuni diritti ma non quelli inerenti al governo della cosa pubblica che si esercitavano direttamente attraverso la partecipazione attiva alle sue istituzioni o indirettamente attraverso la rappresentanza.

La cittadinanza intesa in questo modo non ebbe rilevanza nell'età di mezzo quando non era stata ancora elaborato una netta divisione tra sfera pubblica e privata e la società, nel suo insieme, era fortemente influenzata dalla organizzazione familiare e strutturata secondo una commistione di pubblico e privato che consentiva anche alle donne possibilità e spazi molto ampi. Nella gestione della cosa pubblica molte donne, soprattutto come madri e come mogli, riuscirono ad esercitare ruoli e a svolgere compiti importanti, sia pure in funzione sussidiaria e di sostituzione. Il concetto di cittadinanza tornò ad essere al centro del pensiero politico tra il XVIIIe il XIXe secolo quando fu elaborato come principio fondato sul concetto di individuo : l'individuo- cittadino titolare dei diritti che si era conquistato mediante due rivoluzioni, al di qua e al di là dell'Oceano.

Le rivoluzioni, però, non cambiarono la condizione delle donne che anzi, vennero relegate nelle funzioni familiari non più centrali della organizzazione sociale e politica e non si videro riconosciuti i diritti della cittadinanza e si videro negare la rappresentanza attiva e passiva.

I 'rivoluzionari' non cambiarono le leggi dei rapporti domestici, non le misero neanche in discussione. I maschi rivoluzionari, di classi differenti, avevano interessi diversi, per i quali combattere, ma tutti gli uomini liberamente sposati, di qualunque condizione sociale, beneficiavano allo stesso modo di un sistema giuridico nel quale gli uomini controllavano le donne, non avevano interesse a cambiarlo e non sentivano la necessità di rinegoziarlo.

Storia

La rivoluzione italiana ha il nome di Risorgimento. Essa aveva due obiettivi: la unificazione del paese e la liberazione degli stranieri. Le Italiane si riconobbero in entrambi e contribuirono generosamente alla edificazione della patria comune. Alcune furono coinvolte nell'impresa risorgimentale dagli affetti di madri, di spose, di sorelle o direttamente in prima persona dai propri interessi e dalla proprie aspirazioni. Fra le tante eroine del Risorgimento vogliamo ricordare : Maria Mazzini Drago (1774-1852), Adelaide Cairoli Bono (1806-71), Giuditta Sidoli (1804-71), Teresa Confalonieri (1787-30) e Cristina Trivulzio di Belgioioso una delle figure femminili più notevoli del Risorgimento. Ma l'impegno di tante donne non trovò riconoscimento presso i 'padri della patria'.

Nell'Italia che aveva raggiunto l'unificazione si provvide subito alla elaborazione di un codice civile che fu promulgato nel 1865. Per quel che concerne la condizione femminile il codice, soprattutto attraverso il diritto di famiglia, provvide a formulare uno stato di minorile subalternità della moglie alla quale, senza l'autorizzazione del marito, non era consentita l'autonoma indipendente amministrazione del suo patrimonio.

Ne risultava uno stato di dipendenza familiare e di mancanza di autonomia nella società civile che si rifletteva, a maggior ragione, nella comunità politica. Le donne che si rifiutare il diritto al suffragio non si rassegnarono senza reagire. Va ricordata per tutte Anna Maria Mozzoni che dette voce alla protesta femminile.

Nata in Lombardia, nel 1837, pubblicò nel '64 La donna e i suoi rapporti sociali, con il quale si poneva al di fuori della tradizione cattolica, dominante in Italia, ma si discostava anche dalla visione della condizione femminile di Giuseppe Mazzini che si batteva perché le donne potessero realizzare le loro aspirazioni alla libertà per meglio adempiere alle tradizionali funzioni di 'angeli del focolare'. Mozzoni, invece, puntava alla emancipazione della donna attraverso il lavoro e la partecipazione attiva alla vita sociale e politica. Essa aveva come riferimento quanto avveniva in Francia ed in Inghilterra e, soprattutto negli Stati uniti. Ad Anna Maria Mozzino si deve la traduzione in italiano del saggio di John Stuart Mill La soggezione delle donne. Nel 1865 la Mozzoni pubblicò La donna in faccia al progetto del nuovo codice civile italiano, con il quale criticava la forma e la sostanza che stava assumendo la legislazione in materia dei diritti femminili, e si battè perché alle donne fosse riconosciuto il diritto di voto. Il dibattito sul suffragio femminile fu condotto da giuristi e magistrati schierati su entrambi i versanti. A fronte di quanto sostenevano la necessità di uguaglianza tra uomini e donne si ponevano quanti, in maggioranza, vi si opponevano.

Le teorie positivistiche si rifacevano alle differenze naturali fra i generi e alle conseguenti 'naturali' differenze sociali e politiche, che erano già presenti in gran parte nel giusnaturalismo, in base alle quali si sconsigliava l'ammissione al voto per le donne. La subordinazione delle donne e la loro esclusione dalla vita pubblica erano giustificate dalla loro naturale condizione di inferiorità per spiegare la quale si evocavano gli argomenti di filosofi, giuristi e moralisti espressi con straordinaria precisione da Jean-Jacques Rousseau nell'Emile e nella Nouvelle Héloise.

Il problema del voto alle donne si ripresentò nel 1913 quando il Parlamento affrontò la proposta Giolitti di estendere il diritto agli analfabeti. Giolitti rifiuto di estendere il diritto alle donne perché sarebbe stato 'un salto nel buio'. Il suffragio femminile non rientrava nel quadro della visione democratica del ministro liberale.

La proposta del voto alle donne fu ripresentata e, questa volta accolta, nel 1919. Ma era tardi, le vicende belliche e l'avvento del fascismo, che equanimemente abolì il diritto per tutti, resero la norma inapplicabile.

Mentre la guerra era ancora in corso e il paese impegnato nell'ultimo scontro a Roma le donne organizzate premevano per il voto sul governo che si era frattanto formato. La questione fu portata al governo Bonomi dall'on. Alcide De Gasperi ed approvata, senza opposizione alcuna, per 'decenza democratica'. Con decreto luogotenenziale del 1 febbraio 1945 "il suffragio universale fu esteso alle donne".

Alla Assemblea Costituente che doveva preparare la nuova Costituzione Repubblicana parteciparono 21 donne su 556 membri. I principi di uguaglianza tra i sessi furono sanciti con solennità. Per portare avanti il processo verso una vera uguaglianza furono necessarie, tuttavia, alcune sentenze della Corte costituzionale, mentre di grande rilevanza si sono mostrate le spinte che vengono dalle organizzazioni comunitarie e dalle convenzioni delle Nazioni Unite. Il cammino non è ancora concluso.

La situazione attuale

La elaborazione di un nuovo diritto di famiglia ha posto i coniugi su di un piano di parità eliminando tutte le forme di discriminazione che subordinavano la moglie al marito. La legge sul divorzio e quella successiva sul diritto di aborto sono state fortemente volute dalle donne italiane che per la loro approvazione hanno speso molte energie.

Per quello che riguarda l'educazione primaria e secondaria, non vi sono differenze anche se si deve sottolineare una marcata preferenza delle ragazze per gli studi di tipo sociale ed umanistico, che consentono impieghi più facilmente conciliabili con gli obblighi familiari, che per gli studi di tipo tecnico-scientifico.

La partecipazione delle donne alle assemblee legislative è ancora molto bassa. Nella Camera dei deputati le elette sono 60, pari al 9,5 %, al Senato sono 26, lí8 %. Il tentativo di imporre per legge una quota del 30 % nelle liste elettorali è stato ritenuto incostituzionale dalla Corte Costituzionale che ha rigettato la legge.

Se sul piano legislativo non mancano iniziative volte a promuovere una maggiore parità, a tutti i livelli, i freni vengono dalla organizzazione sociale basata su una struttura della società ancora fortemente punitiva nei confronti delle donne alla quale non è possibile porre riparo solo attraverso il ricorso allo strumento legislativi la cui applicazione risulta spesso difficile, farraginosa ed incerta e, talvolta, controproducente come dimostra la troppo protettiva legislazione sul lavoro delle donne che ha avuto l'effetto indesiderato di limitare il lavoro femminile e di comprimere fortemente le aspirazioni alle carriere più remunerate e prestigiose.

Con la istituzione di una Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna ed una Commissione per le azioni positive si tenta di superare ostacoli che talvolta sono dovuti più al persistere di una mentalità e di una organizzazione familiare ancora fortemente patriarcale.

Il lavoro delle donne italiane e lo stato sociale.

Le donne italiane, come tutte le altre, hanno sempre lavorato ma ora il lavoro non è più solo una dura necessità ma anche una manifestazione di indipendenza ed uno strumento di libertà. Naturalmente questo non vale per tutte le donne, come non vale per tutti gli uomini.. Le donne impiegate in lavori non domestici sono circa il 50 % rispetto agli uomini, con forti differenze tra il Nord e il Sud d'Italia. La disoccupazione incide maggiormente su di esse ed il livello di povertà è superiore a quello maschile.

L'impiego del lavoro a tempo limitato è superiore per le donne che per gli uomini, ed anche nel lavoro così detto sommerso, e quindi difficile da misurare, sono impiegate di preferenza donne anche se bisogna sottolineare che negli ultimi tempi la immigrazione clandestina ha fornita nuove fonti di manodopera a basso costo. Popolazione attiva in Italia in percentuale

Donne Uomini 24,9 47,9

Lavoratori a tempo parziale

Donne Uomini 9,83 2,82

Disoccupati

Donne Uomini 15,78 8,99

Nel 1989 le donne guadagnavano l'11% in meno degli uomini, un miglioramento rispetto al 21 % del 1980 e al 14 % del 1985. Il tasso di femminilizzazione delle donne imprenditrici è passato dal 13 % del 1980 al 17 % del 1994. E' cresciuto anche il tasso di femminilizzazione dei dirigenti e degli impiegati. Il peso delle donne impiegate è molto cresciuto nel decennio '80. Nel 1990 le donne impiegate erano 3.150.000 contro 3.773.000 (+ 13,73 punti percentuali). E' cresciuto in modo molto minore il numero delle libere professioniste (+1, 86) mentre è diminuito quello delle operaie (- 9,53). Questa situazione si spiega con il largo afflusso di donne nel pubblico impiego e nel terziario e con la riduzione di manodopera femminile nellíindustria causata, anche, dall'eccessivo costo per le imprese private delle forme di protezione delle lavoratrici-madri. Sono diminuite anche le lavoratrici dell'agricoltura.

L'Italia ha approvato una legge molto avanzata per le lavoratrici madri, forse la più avanzata e generosa in Europa, ma questo ha avuto l'effetto di contrarre l'occupazione femminili nel settore privato. Con questa legge si caricava, ancora una volta, sulle spalle delle donne tutto il peso della riproduzione e gestione della famiglia.

Le lavoratrici italiane soffrono da un lato della scarsa collaborazione familiare degli uomini, una delle più basse in Europa, e da un altro di forme di assistenza per le madri e per la prima infanzia del tutto inadeguate. Un altro effetto di questa condizioni è stato un accentuato calo della natalità.

Le donne italiane incontrano molte difficoltà a conciliare famiglia e lavoro e sembra difficile che in futuro lo stato sociale possa incrementare in modo soddisfacente, tanto da adeguarsi ai paesi del nord Europa, la scarsa assistenza e le forme di sostegno di cui tutte le madri e le madri lavoratrici in particolare hanno necessità.

Le difficoltà economiche e di bilancio, non solo italiane, impongono una restrizione, piuttosto che un allargamento dello stato sociale. E' una realtà di cui bisogna prendere atto, e dobbiamo sforzarci di pensare e proporre nuove forme di sostegno e di aiuto.